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Piove... piove... piove




Piove lentamente e inesorabilmente. Le gocce si posano sul parabrezza e rimangono immobili come piccoli brillanti per qualche istante finché il tergicristallo, puntuale, le cancella silenziosamente.
La strada secondaria è quasi deserta. Guido piano. I pensieri di accavallano, si mescolano, si fondono tra di loro come il sorriso e il pianto.
Adesso piove più forte. Contro ogni logica spengo il tergicristallo. Le gocce sono più grandi. Sembrano laghetti trasparenti attraverso i quali l'asfalto assume buffe forme ondulate e tremolanti. Accelero un po' e le gocce si distendono, si allungano. Ora i laghetti alimentano piccoli fiumi che salgono verso l'alto formando una raggiera perfetta.
Percorro così, senza mai pulire il vetro, un bel tratto di strada. Attraverso i rivoletti in salita la visibilità è perfetta e non ho alcuna difficoltà nella guida. Guardo le gocce, sembrano lacrime. Forse è il cielo che, guardando giù, verso di noi, piange sconsolato.
La radio è accesa come sempre. In armonia col mio umore l'ho sintonizzata su una stazione che trasmette vecchie canzoni melodiche. All'improvviso "Rain and tears". Sono anni che non la sento, che non ripenso a quanto mi piacesse, quando ero ragazzina, questa canzone. Forse perché la voce di Demis Roussos è particolare, o forse perché mi ricorda il Canone di Pachelbel, la cui struggente armonia mi accompagna da una vita a sottolineare emozioni e sentimenti.
E così, col parabrezza bagnato, tra canzoni e malinconia, speranza e suggestione, sono tornata a casa.


Pubblicato il 22/5/2011 alle 15.8 nella rubrica Diario.

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