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Racconti autobiografici
 


 IL MIO PRIMO AMORE:
Carodiario


 

Il mio post preferito (aggiornabile)
Quello che ancora mi emoziona
Quello vagamente surreale
Quello più romantico
Quello dolce e triste insieme
Quello più suggestivo (così dicono)


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. L'Autore, inoltre, dichiara di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi all'Autore. Alcune delle foto presenti su questo blog sono state reperite in internet: chi ritenesse danneggiati i suoi diritti d'autore può contattarmi per chiederne la rimozione. 

 



Pensammo una torre
scavammo nella polvere
(P. Ingrao)


L'utopia è come l'orizzonte:
cammino due passi e si
allontana di due passi.
Cammino dieci passi e si
allontana di dieci passi.
E allora a cosa serve l'utopia? A questo: serve per
continuare a camminare.

 

Quando l’ultimo albero
sarà stato abbattuto,
l’ultimo fiume avvelenato,
l’ultimo pesce pescato,
vi accorgerete
 che non si può
mangiare il denaro!



Odio gli indifferenti.
Credo che vivere
voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente
non può non essere
cittadino e partigiano.
L'indifferenza è abulia,
è parassitismo,
è vigliaccheria,
non è vita.
(A. Gramsci)


 LA MIA GALLERIA D'ARTE:
 
































UNA FRASE:

Non mi pento di nulla nella mia vita,
eccetto di quello che non ho fatto
(Coco Chanel)


UNA POESIA CHE AMO
(e che mi rappresenta):

Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà
di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l’universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle
verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille
e sirene
non hanno l’incanto
di un tuo solo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il lor fuoco metterò
nelle tue mani
e sarà ghiaccio
per il bruciare
delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d’estate
per il caldo non dormi
e se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo

(stefano benni)

LE MIE FOTO:
 (Firenze mon amour)







ALCUNI DEI MIEI AMICI:
La pubblicazione di queste foto è stata
esplicitamente autorizzata.
Se qualcuno ci ripensa e desidera
essere cancellato dal mosaico
può chiedere la rimozione
al mio indirizzo di posta elettronica
gianna.b1@libero.it




 


ALTRE COSE in ordine sparso:

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire...
(dal film Blade Runner)

¤¤¤¤¤

Noi moriamo ogni giorno; ogni giorno infatti ci è tolta una parte della vita e anche quando cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo stesso giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non si vuota per l'ultima goccia d'acqua, ma per ciò che via via ne defluì, così l’ultima ora, quella in cessiamo di essere, non è quella che determina la morte, ma è quella che la compie; noi vi giungiamo in quel momento, ma da tempo vi eravamo avviati
(Seneca- lettere a Lucilio)

¤¤¤¤¤

Chiesi la forza e Dio mi ha dato le difficoltà per farmi forte.
Chiesi la sapienza e Dio mi ha dato problemi da risolvere.
Chiesi la prosperità e Dio mi ha dato cervello e muscoli per lavorare.
Chiesi di poter volare e Dio mi ha dato ostacoli da superare.
Chiesi l’amore e Dio mi ha dato persone con problemi da poter aiutare.
Chiesi favori e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto niente di quello che chiesi, però ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno.



IL MIO MITO:




23 dicembre 2008

Un Natale di tanti anni fa...




C’è stato un periodo, nella mia infanzia, durante il quale i miei genitori si sono trovati in gravi ristrettezze economiche. Mio padre, che faceva il calzolaio, si ammalò agli occhi e nel volgere di pochi mesi rimase quasi cieco. Naturalmente dovette lasciare il lavoro e, non avendo assistenza sanitaria, né malattia pagata, né parenti che potessero aiutarci, per un lungo periodo ci si arrangiò con quello che la mamma riusciva a portare a casa facendo saltuari lavori domestici presso qualche famiglia. Neppure lei poteva avere un lavoro stabile perché la sua salute era molto delicata e inoltre doveva accudire me piccolina ed il marito malato e spesso in ospedale.

Ricordo quel Natale: avevo poco meno di cinque anni. Fin dai primi giorni del mese di dicembre pregai la mamma di comprare l’abete da decorare, come avevamo sempre fatto negli anni precedenti. La mamma temporeggiava, sosteneva che era presto, che si sarebbe seccato e sciupato prima delle feste; in realtà non c’erano soldi neanche per quel piccolo acquisto, ma io ero troppo piccola per capirlo. Diceva anche che sarebbero state molto carine le grandi palle di vetro colorate legate con dei fiocchetti ed appese alle pareti anziché ai rami dell’albero.
Io non ero convinta; temevo che così Babbo Natale non sarebbe venuto da me e non avrei avuto nemmeno un piccolo dono! Era già molto tempo che non ricevevo regali dai miei genitori ed una bambolina mi sarebbe piaciuta davvero!
Arrivò il giorno della vigilia. Il babbo stava bene, per meglio dire le sue condizioni si erano stabilizzate, e quel mattino ebbe la conferma che avrebbe potuto iniziare, fin dai primi di gennaio, un lavoro compatibile con la sua nuova condizione.
La mamma era finalmente serena ed il suo bel viso era di nuovo sorridente. Il pomeriggio, quando uscimmo da casa tutti e tre insieme, era già quasi buio. Passeggiammo a lungo per le strade di Firenze alla ricerca di un piccolo abete da acquistare (in quegli anni e fino all’alluvione del 1966 abitavamo in centro: quasi 6 metri di acqua nella nostra strada, ma questa è un’altra storia).
Purtroppo a quell’ora dell’ultimo giorno gli abeti erano quasi finiti; erano rimasti quelli "invendibili", cioè quelli troppo grandi, addirittura enormi e non certo adatti al nostro piccolo appartamento, oppure quelli "spelacchiati". Fu proprio uno di quest’ultimi l’oggetto della contrattazione della mamma. Ricordo che non ero molto convinta dell’acquisto fatto, ma non c’era stata scelta.
Era ormai ora di tornare a casa. La mamma disse che si doveva trattenere ancora qualche minuto e che quindi dovevamo andare soli, il babbo ed io: sarebbe stato compito mio (bambina ancora piccola) quello di guidarlo ed indicargli quando salire o scendere dal marciapiede. Non si capiva chi doveva accompagnare chi...ma per fortuna in quegli anni il traffico era quasi inesistente.
Arrivammo a casa tardi. Era buio già da molte ore; il freddo e la passeggiata mi avevano messo una gran fame e per questo non ebbi voglia né tempo di curiosare nella borsa della mamma, che era davvero molto gonfia, quando rientrò poco più tardi di noi. La aiutai (si fa per dire) a preparare la cena; poi decorammo quell’alberello storto e sparuto ed infine, stanca, assonnata e nettamente in ritardo rispetto alle mie abitudini, fui messa a letto.
La mattina successiva mi svegliai tutta eccitata: era Natale e forse, nonostante l’albero davvero molto brutto, il simpatico vecchietto vestito di rosso aveva lasciato qualcosa anche per me!
Mi alzai dal letto, nella casa fredda, e corsi a piedi nudi nel nostro piccolo salotto dove era stato fatto l’albero di natale. C’era un unico pacchettino incartato di rosso: non poteva che essere mio! Lo presi ed andai ad aprirlo nel grande letto di mamma e papà. Rimasi estasiata alla vista di una bambolina con il viso di porcellana e con gli occhi azzurri che si aprivano e si chiudevano muovendola.
Non avevo mai avuto una bambola così bella! Era piccola, ma ben vestita e la mamma mi promise che, con qualche ritaglio di stoffa, le avrebbe fatto anche degli abitini di ricambio (era brava la mia mamma!).
Fu un Natale felicissimo: soli noi tre e la bambola, un buon pranzetto, il panettone... e tanta serenità.
Ho ancora quella bambolina, da qualche parte. Quello è stato l’ultimo anno in cui ho creduto a Babbo Natale!

PS Mi scuso con coloro che già conoscevano questa mia storia.

A tutti voi, cari amici, i migliori auguri per un felicissimo Natale
ed uno scintillante anno nuovo!


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14 novembre 2008

Fioredicampo e il triciclo



Avevo tre anni. Era il giorno del mio compleanno.
Non ricordo se mamma e papà mi avevano fatto un piccolo regalo né se era stato preparato un dolce per festeggiarmi. Non ricordo se ci furono invitati, candeline o applausi. Ricordo soltanto che quel pomeriggio andammo ai giardini con un’amica della mamma ed il suo bambino, F., che era di poco più grande di me.
Ero una bambina molto vivace, difficile da tenere ferma e, una volta superata la timidezza, difficile da fare stare zitta. Probabilmente stavo litigando con il piccolo amico perché mi sembra di rammentare che fu proprio in un momento di rabbia che F. mi dette uno spintone ed io, più piccola, mi ritrovai distesa a terra con le ginocchia sbucciate prima che la mamma facesse in tempo a dividerci. All’epoca non portavo jeans e calze lunghe come i bimbi di oggi, presumibilmente indossavo la solita corta gonnellina a pieghe e i calzettoni, altrimenti non mi sarei fatta tanto male a cascare da dieci cm. d’altezza.
E’ probabile che stessi urlando come un’ossessa per la rabbia e l’umiliazione perché, come adesso, sono quelle e non il dolore fisico le uniche cose che hanno il potere di farmi piangere, ma non sono certa nemmeno di questo; invece ricordo con esattezza l’offerta di pace consistente nel permesso, da parte di F., di usare il suo triciclo: in altre parole si stava esaudendo il mio grande desiderio.
In quegli anni i miei genitori erano molto poveri ed il mio giocattolo più bello era una bambolina di pezza, che chiamavo "Schifezza" tanto era diventata brutta e sporca per il troppo uso. Il triciclo era proprio un sogno irrealizzabile come sarebbe adesso una Ferrari, se mi interessassero le macchine.
Salii su quel trabiccolino traballante. All'inizio non sapevo nemmeno pedalare ma F., forse per farsi perdonare, mi insegnò e lasciò che mi divertissi a lungo. Ormai avevo imparato e andavo spedita, girando sempre intorno alla panchina dove era seduta la mamma con la sua amica,  ma purtroppo arrivò l’ora di tornare a casa. Dovevo aver sperato che quel triciclino ammaccato e sverniciato fosse diventato mio (una specie di usucapione istantanea nella mia mente di bambina?) perché non volevo assolutamente scendere e restituirlo. Allora la mamma, con la sua abituale dolcezza, mi spiegò che non si possono tenere le cose degli altri e che è assurdo dispiacersi troppo per quello che non si può ragionevolmente avere.
Fu la mia prima lezione di vita: quel giorno, tra illusione e delusione, imparai (e non l’ho mai più dimenticato) che la mia serenità non poteva e non doveva essere subordinata alla ricchezza e al possesso delle cose.
Forse fu in quel giorno che imparai anche l'impegno e l'ostinazione che mi accompagnano tuttora. Infatti quando la mamma 
aggiunse che prima o poi, se fossi stata brava e l'avessi meritata, avrei avuto anch’io, non un triciclino, ma addirittura una bicicletta "da grandi", promisi a me stessa che avrei fatto di tutto per meritarla e per averla.
E fu proprio grande la bicicletta che, non ricordo quale zio, mi regalò un paio d’anni più tardi. Così grande che non arrivavo al sellino e imparai ad andarci stando in piedi sui pedali. Nonostante la bicicletta fosse smisurata e vecchissima, mi sentivo ugualmente la regina delle due ruote e smisi di rimpiangere il triciclino che comunque è rimasto sempre in un angolo della mia mente ed è il primo ricordo davvero nitido della mia infanzia.


20 luglio 2007

Vento caldo tra i capelli


Photo by Fioredicampo

Questo pomeriggio sono uscita prestissimo dall’ufficio e sono andata direttamente a Reggello, nella nostra casa di campagna, dove ero attesa dal mio pigro ma premuroso consorte per trascorrere insieme in meritata solitudine e nel fresco silenzio del nostro giardino (non molto fresco per ora), la seconda parte della giornata.
Il sole rovente che in questi giorni ha letteralmente infuocato Firenze, ha reso il mio breve viaggio simile alla traversata di un deserto luminosissimo mentre il paesaggio tutt'intorno appariva vagamente surreale,  distorto com'era dall’aria rarefatta che saliva dall’asfalto lucido.
Era molto tempo che non avevo occasione di percorrere quella bella strada extraurbana di primo pomeriggio e non mi ricordavo che in estate, in tale orario, il traffico è quasi inesistente e rende particolarmente gradevole la guida trasformando il consueto percorso tra le auto in fila indiana, in un breve viaggio di puro piacere.
Avevo due possibilità: approfittare della strada assolutamente deserta per spingere al massimo sull’acceleratore (badando agli autovelox) oppure, al contrario, godermi quella solitudine con tutta la calma del mondo e allungare di proposito l’itinerario per farlo durare di più.
Ho scelto la seconda.
Ad un certo punto, in piena campagna e nel sole più assoluto, ho spento il condizionatore ed ho aperto tutti i finestrini lasciando che il vento caldissimo mi alitasse sul viso e mi scompigliasse i capelli facendomeli svolazzare arruffati davanti agli occhi.
L’aria aveva il profumo strano dell'estate: quell’aroma misto di fiori, di fieno e di polvere che solo chi conosce bene la campagna riesce ad avvertire e che mi ha ricordato le lontane vacanze di bambina che trascorrevo dai nonni contadini correndo e giocando nei campi tra le zolle riarse dal sole e le stoppie pungenti.
Come sottofondo sonoro soltanto il vento che mi sibilava forte nelle orecchie, le rumorosissime cicale che frinivano instancabilmente, e questa canzone...


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18 marzo 2007

Lontano lontano nel tempo...


Era quasi sera, ormai. Avevamo passeggiato a lungo per il centro sotto un cocente sole estivo ed i nostri piedi avevano bisogno di una tregua. Decidemmo quindi di riposarci per qualche minuto prima di riprendere il cammino che ci avrebbe portati a casa... ciascuno alla propria casa.
La bella chiesa in fondo alla piazza di solito era chiusa a quell’ora, ma notammo subito che invece, quella sera, il portone era spalancato. Probabilmente era terminata da poco una cerimonia.
Decidemmo di entrare. La grande navata centrale, del tutto deserta, era abbellita da diverse composizioni di fiori bianchi. La percorremmo lentamente godendoci la frescura offerta da quella profumata oscurità. Una lunga lama di luce, proveniente dal portone, sembrava volesse dividere in due l’interno della chiesa e faceva sembrare ancora più buia la vastità delle cappelle laterali. Nei raggi sottili di quel sole bassissimo danzavano milioni di particelle che sembravano volerci guidare verso l’altare. E verso l’altare ci dirigemmo dopo una breve esitazione.
Il mio accompagnatore sembrava indeciso e continuava a guardarsi intorno in cerca di qualcuno o di qualcosa. Ero perplessa, non capivo. Quando eravamo ormai vicinissimi agli scalini che separavano il pulpito dalle lunghe file di panche lucide ormai alle nostre spalle, il mio compagno, facendomi cenno di non seguirlo, si avvicinò ad una delle composizioni di fiori ai lati dell’altare.
Tra le magnifiche rose bianche scelse la più bella, la sfilò con cura, e si voltò verso di me guardandomi con un sorriso che illuminò i suoi stupendi occhi dal colore indefinito: a volte castani, a volte nocciola, a volte quasi dorati... praticamente cangianti. Rimasi ferma mentre mi si avvicinava. Ero stupita, emozionata: aveva "rubato" una rosa per me.
Quando fummo uno di fronte all’altra ci guardammo con intensità, uno di quei brevi istanti eterni e indimenticabili. Io ero senza parole, lui mi donò la rosa sussurrandomi un dolcissimo "ti amo".
La vita mi ha portata in un’altra direzione, ma un pezzettino del mio cuore è rimasto là...


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30 gennaio 2007

Starry night - notte di stelle


 

Era un agosto di diversi anni fa e ci preparavamo per la nostra desiderata e meritata vacanza in Calabria. Eravamo soli, mio marito ed io, perché i ragazzi ci avevano preceduto già da alcuni giorni in compagnia di amici.
Decidemmo di fare il viaggio interamente di notte perché all’epoca avevamo la macchina priva di condizionatore e non volevamo rischiare di arrostire in coda sull’autostrada nelle ore più calde.
Partimmo tutti belli e riposati la sera verso le dieci e R. guidò ininterrottamente e senza particolari intoppi da traffico fino a Roma. Ci fermammo in un autogrill per un caffè e, al momento di ripartire, gli proposi di guidare io, sia perché adoro viaggiare di notte che per permettergli di riposare un po’ senza ritardare sui tempi previsti.
Dal momento che so benissimo che R. è un dormiglione già pregustavo una bella corsa in autostrada accompagnata da un po’ di musica a mia scelta e senza nessuno che mi dicesse: "fai piano, stai attenta, sorpassa, non sorpassare, aspetta, vai!" che mi fa impazzire dalla rabbia anche se fingo di ascoltare e dare retta. L’unica cosa che R. mi fece promettere fu di svegliarlo per darci nuovamente il cambio dopo un centinaio di km.
Mi misi alla guida (sarà stata l’una di notte o poco più) su un’autostrada inaspettatamente quasi del tutto deserta nonostante il periodo di esodo vacanziero... ma forse nel cuore della notte è sempre così o forse il vero esodo era già finito.
Ricordo che ripartii dall’area di sosta immediatamente dietro una SW come la nostra targata Roma. A lato del guidatore si scorgeva una testa reclinata, quindi anche lui era solo... in teoria... proprio come me. Procedemmo, il romano davanti ed io dietro, alla stessa velocità per una ventina di km senza che nessun’altra autovettura si intromettesse mai tra di noi. La strada era bellissima, bagnata da un luminoso quarto di luna reclinato a forma di culla ormai basso sull’orizzonte e da miliardi di stelle. Dopo un po’, pur affascinata dal paesaggio vagamente spettrale, cominciai a temere che la velocità sempre uguale e quei due fari rossi davanti, sempre gli stessi, rendessero meno concentrata la mia guida; così accelerai per sorpassare l’altra auto e mi misi davanti mantenendo però la stessa velocità di prima (non sono esagerata, credo che fossimo sui 150/160).
Qualche km più avanti fu lui a sorpassare me e ci alternammo così per quasi due ore cioè fino a Salerno. Dopo i prime tre o quattro vicendevoli sorpassi, annunciati da un leggero lampeggiare dei fari, iniziammo a scambiarci un brevissimo saluto quando, per un istante, ci trovavamo affiancati: ci stavamo facendo compagnia, stavamo viaggiando "insieme".
R. non si accorse di niente. Continuava a dormire con quel russare leggero della persona in posizione leggermente scomoda, ma non mi dava noia, al contrario. Feci di tutto affinché non si svegliasse: abbassai la radio, cercai di guidare con dolcezza e senza scatti, ed ogni volta che, con un ronfare leggermente più pesante, si muoveva per cambiare posizione gli sussurravo: "è ancora presto, dormi pure, non preoccuparti".
Avevo già fatto più di 250 km, infrangendo spudoratamente la promessa fatta, ma non ero per niente stanca, anzi ero leggermente eccitata dal caffè notturno, dalla situazione insolita e dalla voglia di farmi vedere "brava". Decisi di non chiamarlo ed imboccai imperterrita la Salerno-Reggio Calabria, sempre seguita dalla SW romana.
Ora era davvero buio perché la luna era già tramontata e per fortuna il traffico continuava ad essere scarso. L’altra auto rimase sempre dietro di me senza proseguire il giochetto di prima. Dopo una cinquantina di km il romano mi lampeggiò lungamente e mi sorpassò per annunciarmi, subito dopo, la sua intenzione di fermarsi in un’area di sosta. Così ci salutammo: sconosciuti compagni di uno strano viaggio che non hanno mai scambiato neppure una parola eppure, per qualche ora, hanno avuto qualcosa in comune.
Io proseguii attenta e veloce fino quasi a Cosenza. Era ancora notte ma un vago chiarore alla mia sinistra stava iniziando a far impallidire le stelle cancellando del tutto quelle più piccole. In quel momento R. si svegliò. Quando si accorse che avevo guidato per quattro ore e quasi 500 km si arrabbiò davvero e mi rimproverò aspramente per la mia proverbiale ed inguaribile incoscienza (tanto per cambiare), ma ormai era cosa fatta e quindi era inutile prendersela tanto: non ero stanca, non avevo assolutamente sonno, ero stata attenta e prudente, quindi cosa aveva da ridire lui che aveva dormito per tutto il tempo come un neonato, anziché ringraziarmi per avergli risparmiato la fatica? Non lo so, non fu nemmeno capace di spiegarmelo. Ed io che volevo essere lodata!!!
Al ritorno dalle vacanze facemmo un viaggio noiosissimo e scomodo. Volle guidare sempre lui. Partimmo la mattina prestissimo, ma quasi subito rimanemmo imbottigliati nel traffico. Arrivammo a Caserta per l'ora di pranzo. Volevo fermarmi per visitare almeno la Reggia, ma ormai era piuttosto tardi e R., dopo un pasto mangiato con l’imbuto (si fa per dire), preferì proseguire speditamente per la strada di casa. Arrivammo la sera tardi, distrutti, accaldati, sporchi e nervosi, ma aveva deciso tutto lui, quindi guai a lamentarsi anche se alla fine fu costretto ad ammettere che fra il viaggio di andata e quello di ritorno c’era la stessa differenza che tra il paradiso e l’inferno (per chi ci crede).
Conservo ancora nitido il ricordo di quella breve notte luminosa di stelle di tanti anni fa durante la quale, per una volta nella vita, mi sembrò di essere davvero sola e di essere davvero finalmente libera di stare andando chissà dove... verso un luogo deserto (chissà perché desideravo che fosse deserto), misterioso ed incantevole.
Avrei voluto che quel viaggio non finisse mai!


23 gennaio 2007

La strada coi muri alti



Ho un ricordo vivissimo di quella strana giornata.
In un caldo pomeriggio di inizio estate passeggiavamo, mia madre ed io, lungo una di quelle stradine strette, appena fuori città, che salgono su in collina. La viuzza, poco più di un sentiero, era lastricata con grandi pietre irregolari che, a tratti, lasciavano il posto ad un acciottolato bianchissimo ed era costeggiata da muri alti alti che, pur impedendo allo sguardo di penetrare nei giardini adiacenti, non riuscivano a contenere i rami dei glicini e dei gelsomini che si sporgevano oltre la sommità. Ai bordi della strada e dalle brecce dei muri spuntavano malve selvatiche, ranuncoli, fiordalisi, margherite temerarie e audaci rose colorate che inondavano la strada di profumo.
Se chiudo gli occhi mi pare ancora oggi di vedere intorno a me tanto rosa e tanto giallo: quello dei fiori e quello del mio abitino da bambina di cotone leggero stretto in vita e con la gonna corta un po’ increspata come si usava a quei tempi.
Ricordo che ci inoltrammo lungo quella strada del tutto solitaria e silenziosa senza una meta precisa, solo per camminare un po’. Il sole, quasi a picco sulle nostre teste, irradiava una calura che, dopo poco, iniziò ad essere fastidiosa, e la luce divenne accecante, ma non c’era possibilità di camminare all’ombra nemmeno addossandoci al muro quanto più possibile.
La mamma era taciturna, assorta nei suoi pensieri, ed io ero altrettanto silenziosa, stupita da tanto fulgore e da tanta quiete. Provavo una surreale sensazione di abbandono, di distacco, come se ci trovassimo in un mondo estraneo e disabitato. Non una persona, non un’auto, non una bicicletta: soltanto il sole, la luce abbagliante, il silenzio, il profumo del gelsomino e tutti quei fiori nell’aria assurdamente immota.
Fui invasa da una leggera inquietudine e chiesi alla mamma se dovevamo camminare ancora a lungo perché avevo sete. Mi tranquillizzò dicendo che poco più avanti abitava una sua amica dalla quale ci saremmo fermate per riposarci prima di rientrare a casa.
Quelle alte mura, che sembrano dover proseguire ininterrotte fino all’altra parte del mondo, dopo molto camminare improvvisamente lasciarono il posto ad un breve vialetto di cipressi che ci condusse ad una vecchia villa elegante e un po’ fatiscente. Nell’atrio, semibuio e freschissimo, ci accolse una signora non più giovane che non avevo mai visto, ma che sembrava conoscermi bene visto che mi chiamava per nome e si rivolgeva confidenzialmente alla mamma.
Restammo per tutto il tempo in quella stanza; era così scura che non riuscii a distinguerne i dettagli nemmeno dopo che i miei occhi si furono dimenticati del bagliore di poco prima, ma fu ugualmente gradevole e rassicurante riposarmi su una delle vecchie sedie di legno disposte intorno al tavolo rustico e sciupato. Ricordo perfettamente il sollievo che provai trovandomi lì; il senso di protezione, la frescura dell’acqua che mi venne offerta da una brocca decorata con disegni floreali e ricordo anche il gusto della semplice merenda che divorai con l’appetito della fanciullezza.
Non ci trattenemmo a lungo ma, uscendo, notai che la luce esterna era già cambiata: non più così abbagliante, non così calda; il cielo aveva ritrovato la sua profonda azzurrità e le foglie si muovevano spinte da un vento leggerissimo . Il viaggio di ritorno mi sembrò infinitamente più breve e più "normale": la mamma aveva ritrovato la sua parlantina ed io la mia serena spensieratezza.
La cosa strana è che quando, dopo un po’ di tempo, chiesi se saremmo tornate a far visita alla signora che abitava in fondo alla strada coi muri alti, la mamma dapprima mi guardò stupita e poi mi sembrò turbata o forse del tutto immemore della nostra passeggiata, per cui non osai insistere.
Non sono più tornata là.




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