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 IL MIO PRIMO AMORE:
Carodiario


 

Il mio post preferito (aggiornabile)
Quello che ancora mi emoziona
Quello vagamente surreale
Quello più romantico
Quello dolce e triste insieme
Quello più suggestivo (così dicono)


Disclaimer

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Pensammo una torre
scavammo nella polvere
(P. Ingrao)


L'utopia è come l'orizzonte:
cammino due passi e si
allontana di due passi.
Cammino dieci passi e si
allontana di dieci passi.
E allora a cosa serve l'utopia? A questo: serve per
continuare a camminare.

 

Quando l’ultimo albero
sarà stato abbattuto,
l’ultimo fiume avvelenato,
l’ultimo pesce pescato,
vi accorgerete
 che non si può
mangiare il denaro!



Odio gli indifferenti.
Credo che vivere
voglia dire essere partigiani.
Chi vive veramente
non può non essere
cittadino e partigiano.
L'indifferenza è abulia,
è parassitismo,
è vigliaccheria,
non è vita.
(A. Gramsci)


 LA MIA GALLERIA D'ARTE:
 
































UNA FRASE:

Non mi pento di nulla nella mia vita,
eccetto di quello che non ho fatto
(Coco Chanel)


UNA POESIA CHE AMO
(e che mi rappresenta):

Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà
di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l’universo

Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle
verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille
e sirene
non hanno l’incanto
di un tuo solo sguardo

Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il lor fuoco metterò
nelle tue mani
e sarà ghiaccio
per il bruciare
delle mie passioni

Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d’estate
per il caldo non dormi
e se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo

(stefano benni)

LE MIE FOTO:
 (Firenze mon amour)







ALCUNI DEI MIEI AMICI:
La pubblicazione di queste foto è stata
esplicitamente autorizzata.
Se qualcuno ci ripensa e desidera
essere cancellato dal mosaico
può chiedere la rimozione
al mio indirizzo di posta elettronica
gianna.b1@libero.it




 


ALTRE COSE in ordine sparso:

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire...
(dal film Blade Runner)

¤¤¤¤¤

Noi moriamo ogni giorno; ogni giorno infatti ci è tolta una parte della vita e anche quando cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo stesso giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non si vuota per l'ultima goccia d'acqua, ma per ciò che via via ne defluì, così l’ultima ora, quella in cessiamo di essere, non è quella che determina la morte, ma è quella che la compie; noi vi giungiamo in quel momento, ma da tempo vi eravamo avviati
(Seneca- lettere a Lucilio)

¤¤¤¤¤

Chiesi la forza e Dio mi ha dato le difficoltà per farmi forte.
Chiesi la sapienza e Dio mi ha dato problemi da risolvere.
Chiesi la prosperità e Dio mi ha dato cervello e muscoli per lavorare.
Chiesi di poter volare e Dio mi ha dato ostacoli da superare.
Chiesi l’amore e Dio mi ha dato persone con problemi da poter aiutare.
Chiesi favori e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto niente di quello che chiesi, però ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno.



IL MIO MITO:




20 ottobre 2010

Il lampadario e la scala



Questo pomeriggio in ufficio è successa una cosa buffissima.
Il mio capo, che in questi giorni non ci sta con la testa ed è ancora più distratto di me, ammesso che questo sia possibile, ha preteso che togliessimo dallo stanzino della caldaia un vecchissimo orrendo lampadario di ferro del peso di tre tonnellate in disuso da anni, ma che nessuno si è mai preso l’iniziativa di far portare o buttare via.

La nuova collocazione è uno scomodissimo soppalco raggiungibile solo facendo acrobazie e contorsioni dall'ultimo scalino della scala più lunga che abbiamo in studio, anch’essa drammaticamente troppo corta.
L’unico maschio presente, a dispetto della sua scarsa prestanza fisica,  si è cavallerescamente offerto di riuscire nell'ardua impresa. E’ quindi salito sull’ultimo scalino della scala, si è allungato ben oltre le nostre più ottimistiche previsioni, è riuscito ad entrare nello stanzino e si è seduto sul bordo con le gambe ciondoloni. A quel punto noi donnine rimaste a terra abbiamo sollevato tutte insieme la schifezza che vista da sotto sembrava una piovra arrugginita e, dopo sforzi degni di un campione olimpionico di sollevamento pesi, il lampadario è stato alzato quel tanto da poter essere agguantato dall’uomo ragno che, senza infilzarsi con qualcuno dei tentacoli bitorzoluti, è riuscito ad ficcarlo praticamente a forza nel piccolo vano.
A quel punto il capo, che aveva presenziato inerte a tutta la manovra, ha fatto un enorme sospiro di sollievo ed ha pensato bene di rendersi finalmente utile per cui... ha preso la scala e l'ha rimessa a posto lasciando l’esterrefatto collega nel soppalco che ci guardava tra lo smarrito e il divertito.
Quando succedono queste cose mi prende la "ridarella" e non solo a me. Per il resto della serata ogni volta che ho incrociato lo sguardo della mia collega dirimpettaia ho rivissuto l'unico momento divertente di questa lunga giornata autunnale e mi sono messa nuovamente a ridere.


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20 settembre 2010

Buoni e cattivi



Devo scriverlo subito per sfogare la mia rabbia e anche per accontentare chi mi ha fatto notare che sono "rimasta indietro" col blog.
Questo è quanto mi è successo un paio d'ore fa al mio rientro a casa in macchina, dopo una giornata di lavoro e dopo aver fatto un po' di spesa.
Prima di tutto va precisato che un po' di spesa significa cinque pesantissime borse piene fino ai manici che, a portarle da sola, mi fanno allungare le braccia come una scimmia. Considerando questo fatto non secondario, mentre mi avvicinavo a casa ho iniziato ad augurarmi di trovare un parcheggio un po' più vicino di un km (si fa per dire), cosa peraltro difficilissima a quell’ora della sera; credo addirittura che la gente che abita nella mia strada rinunci ad usare la macchina per non essere costretta a cercare un posto al rientro o a parcheggiare come nell'immagine sopra!
Oggi invece sono stata fortunata: quando sono arrivata vicino al mio portone, incredibile a dirsi, c'era un posto vuoto. Da brava e corretta "automobilista" ho messo la freccia, mi sono affiancata alla macchina davanti e, proprio mentre stavo iniziando la manovra in retromarcia, un'altra auto si è infilata nel posto libero da dietro mettendosi per traverso. Naturalmente ho suonato il clacson per far capire che quel posto era mio, ma per tutta risposta la truccatissima, elegantissima ed altezzosissima signora che era alla guida è uscita dall'auto senza degnarmi di uno sguardo. Sono rimata allibita da tanta ignoranza; la tentazione è stata quella di scendere, andarle dietro ed esprimerle la mia ammirazione per la sua "irreprensibile moralità" e per la sua correttezza, poi le avrei indicato il percorso più breve per le Cascine (i fiorentini mi avranno capita, gli altri potranno chiedere spiegazione).
Naturalmente non l'ho fatto perché non sono il tipo che si mette a litigare in mezzo di strada con una persona tanto indegna, ma le ingiurie che le ho inviato mentalmente, a ripensarci, sono altrettanto vergognose.
Mentre stavo per ripartire alla ricerca di un altro parcheggio, ho sentito un leggero bussare al vetro del finestrino dal lato del passeggero. Era un signore molto anziano che, avendo visto la scena, mi ha avvertito che stava per uscire con la sua macchina parcheggiata dieci metri più avanti e che, se volevo, potevo occupare il suo posto.
Questo piccolo gesto di cortesia ha compensato la maleducazione subita poco prima e ha riportato il sorriso sulle mie labbra.


26 ottobre 2009

Una giornata tipo


Photo by Fioredicampo

Nel gran miscuglio di piccole soddisfazioni o enormi seccature che riempiono le mie e le altrui giornate, non è secondario il problema del traffico cittadino e del parcheggio.
I sette km scarsi che dividono la mia abitazione dall’ufficio richiedono in media almeno mezz’ora per essere percorsi ed oggi era una giornata speciale per Firenze: il primo giorno lavorativo dopo la chiusura totale di piazza Duomo a tutti i mezzi di trasporto, anche pubblici, voluta dal nostro intraprendente nuovo sindaco Matteo Renzi. La "rivoluzione" ha inevitabilmente creato disagi e rallentamenti  per cui il mio viaggetto quotidiano è durato un po’ di più. Poco male: me lo aspettavo e l’ho presa con filosofia approfittando, come sempre, degli unici momenti di solitudine della giornata per pensare ai fatti miei che oggi consistevano principalmente nel rallegrarmi per la vittoria di Bersani... anche se la mia preferenza era andata a Marino. 
Una volta arrivata nelle vicinanze dell’ufficio ho iniziato a fare le macumbe per trovare un parcheggio. Se il tempo medio per incuneare la mia utilitaria tra quelle degli abitanti del mio quartiere, i quali non vanno nemmeno in vacanza per non perdere il posto, è di dieci/quindici minuti, parcheggiare nelle vicinanze dell’ufficio è assai più complicato. Si tratta di una zona commerciale dove i posti sono riservati ai residenti oppure a pagamento e comunque sempre occupati, gli uni e gli altri. Ogni tanto, qua e là, forse per una qualche dimenticanza di chi ha disegnato le strisce per terra, c’è un posto non predestinato. Gratis. Per dire il vero non si tratta proprio un "posto" ma solo una strisciolina d’asfalto così corta o così stretta da non essere degna dell’esborso di un euro l’ora per poterla occupare. Ed è alla ricerca di uno di questi che ogni mattina perdo un po’ del mio tempo per evitare di lasciare per strada una fettina di stipendio tra benzina e parcheggio ed essere costretta a mangiare pane e cicoria per arrivare a fine mese. Naturalmente bisogna essere dotati di una pazienza certosina, una discreta abilità di manovra e anche una certa audacia. Di solito mi va bene. Oggi un po’ meno. Non perché qualche vigile particolarmente zelante mi ha voluta punire, ma perché ho rischiato di lasciare lì la macchina.
Quando sono uscita dall’ufficio a tarda sera, stanca, stressata, annoiata, affamata e particolarmente bisognosa di calore domestico e di coccole, ho trovato la mia auto, parcheggiata a spiga, letteralmente bloccata da entrambi i lati. A sinistra una macchina, "autorizzata" in quanto residente, sfiorava il mio sportello, a destra un’apetta, ancora più audace di me, aveva parcheggiato sulle strisce pedonali ma, per dimostrare la propria buona volontà, aveva cercato di avvicinarsi il più possibile al margine col risultato che la separava dalla mia auto lo spessore di un capello. Non potevo salire né dal lato guidatore, né dal lato passeggero. Non sono grassa, ma entrambi gli sportelli si aprivano solo per un centimetro. Chiamare un taxi avrebbe reso inutile il risparmio del parcheggio, tornare a casa in autobus avrebbe significato un ritardo notevolissimo sui tempi previsti. Non restava che salire dal portellone. Ed è stato così che il "fioredicampo", agile seppure attempato, sotto lo sguardo attonito dei passanti ha aperto la porta posteriore, ha smontato il copribaule, è entrata nel vano bagagli, ha scavalcato lo schienale dei sedili posteriori facendo acrobazie degne di una contorsionista, ha riabbassato il portellone, è passata davanti,  ha acceso il motore ed è partita imprecando.
Questa è una delle mie giornate tipo. Ed oggi è solo lunedì.


9 luglio 2009

A volte capita che...


Villa Petraia - Firenze                                                                                                 Photo by Fioredicampo

Sarà l’età, sarà la fretta che mi impone di pensare a troppe cose contemporaneamente o più semplicemente sarà la mia caratteristica di avere (quasi) sempre la testa tra le nuvole, ma a volte mi capita di combinare qualche stranezza.
A questo proposito mi è tornato in mente un buffo episodio legato al mio lavoro.
Innanzitutto occorre spiegare, per chi ancora non mi conosce, che la mia occupazione consiste  nel far quadrare una quantità di bilanci aziendali e calcolare le relative imposte, mettendo al contempo duramente alla prova la mia pazienza - scarsissima in verità - nel vano tentativo di spiegare ai rispettivi imprenditori che un minimo di tasse "andrebbe" pagato... giusto quel poco per evitare di essere considerati evasori totali. A volte però, quando in ufficio c’è qualcosa di veramente urgente da mettere nero su bianco, capita che venga richiesto il mio aiuto perché sono l’unica che sa "spippolare" velocissimamente con tutte e dieci le dita, senza guardare e senza errori.
Qualcuno di voi mi farà osservare che spesso scrivo insensatezze (cretinerie?) sgrammaticate, ma questa è un’altra storia.
Tempo fa il gran capo in persona, che s’intende davvero poco di computer e videoscrittura, doveva presentare in Tribunale una relazione urgentissima. Essendo io l’unica idonea ad aiutarlo, mi chiese se potevo dedicargli un'oretta del mio tempo per scrivere, sotto dettatura, la relazione di cui aveva già preparato una bozza scritta a mano in un enorme block-notes.
Iniziammo il lavoro; mi sembrava di essere tornata ragazza al primo impiego alle prese con la stesura dei noiosissimi e ripetitivi rogiti notarili; poi piano piano, mentre scrivevo, cominciai a distrarmi.
In altre parole continuai a scrivere velocissima quello che mi veniva dettato; le mie dita sfioravano la tastiera con leggerezza e silenziosamente (odio chi schiaccia i tasti come se fossero pinoli da aprire a martellate), ma intanto pensavo ai fatti miei. Non so se agli altri capita mai.
Alla fine della relazione - due ore, oltre dieci pagine fitte fitte - il capo mi chiese cosa ne pensavo e se tutto quello che avevamo scritto, secondo me, era chiaro e comprensibile.
Penso di aver cambiato mille colori in quattro secondi per l’imbarazzo perché non mi ricordavo, anzi non avevo ascoltato, nemmeno una parola.
Insomma, non avevo la più pallida idea di quello che avevo scritto per tutto quel tempo!
Per non dover ammettere la mia totale distrazione, dissi al capo che era opportuno rileggere, cercare eventuali errori ecc... prima di dare un giudizio. E così me la cavai riducendo al minimo l’imbarazzo iniziale.
Questa astrazione mi capita, a volte, anche quando leggo: posso leggere a lungo, anche a voce alta se occorre, senza "ascoltarmi", quando l’argomento non è coinvolgente. Solo quando arrivo a girare la pagina mi rendo conto di non sapere assolutamente cosa ho letto e devo ricominciare daccapo.
Sono certa che non si tratta di incapacità di concentrazione: posso concentrami benissimo "se" voglio, forse ho semplicemente il cervello diviso a settori stagni.  
Un pregio o un difetto?  Non lo so! So soltanto che la prossima volta dovrò stare più attenta.


4 febbraio 2009

Chi se l'è bevuta?

               

Stamattina, come sempre, cercavo di sfruttare al meglio i dieci minuti ancora disponibili prima di uscire per andare al lavoro facendo quante più cose possibili tutte contemporaneamente.
Con la tazzina di caffè in una mano ed il giornale di ieri ancora da finire di leggere nell’altra, rovistavo nella dispensa alla ricerca delle cose mancanti per fare mentalmente la lista della spesa.
All’improvviso gli occhialini da lettura - ormai tristemente necessari perché le mie braccia non sono abbastanza lunghe per mettere la giusta distanza tra i miei occhi e il foglio da leggere - mi sono letteralmente caduti dalla punta del naso, dove erano posizionati, perché era sfuggita la piccola vite che tiene unita la stanghetta.
Dopo un’estenuante ricerca sul pavimento mimetizzante l’ho finalmente trovata ma, essendo ormai senza occhiali e soprattutto senza tempo, ho messo la vite in una tazzina da caffè, per non perderla, ed ho riposto il tutto sopra il forno a microonde. Non ho pensato di mettere un cartello di un metro per due per avvertire i miei familiari di non toccare niente... e me ne sono uscita tranquilla.
Al mio rientro, per prima cosa, ho cercato un cacciavite adeguato, poi sono andata a prendere la vite. Sul forno a microonde non c’era più né la tazza, né tantomeno la vite. Allora ho chiesto chi avesse preso o spostato o usato la tazzina: naturalmente non ho avuto risposta, non era stato nessuno. L’ho chiesto anche alla gatta, ma non m’ha risposto nemmeno lei.
Allora mi chiedo: questa vite chi se l’è bevuta insieme al caffè?


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31 gennaio 2009

Realmente accaduto

Sabato pomeriggio, ore 18 circa, in un negozio di articoli sportivi.
C'è una lunga fila e non tutti i clienti sono veloci e determinati delle loro scelte. La pazienza dell'addetto alle vendite viene messa a dura prova, un po' come la mia quando devo spiegare ad uno dei clienti del mio studio perché deve pagare le tasse: a volte, anziché prodigarmi nei doverosi chiarimenti, mi verrebbe voglia di mandare tutto e tutti al diavolo, ma poi mi trattengo.
Comunque non sono l'unica: e
videntemente, ad una cert'ora, dopo una giornata di lavoro, anche la proverbiale gentilezza dei commessi inizia a venire meno.
Questa è la gustosa scenetta a cui ho assistito poco fa.

Il cliente: "Buonasera, avete pinne da piscina?"
Il commesso: "Certamente. Quale numero le occorre?"
Il cliente: "Il 48"
Il commesso: "Mi spiace, abbiamo soltanto fino al 46"
Il cliente deluso: "Sa dove posso trovarle?"
Il commesso: "No, mi dispiace. Non so neppure se esistono di quel numero, noi non le abbiamo mai tenute"
Il cliente disperato: "Allora come posso fare?"
Il commesso, un po’ stronzo, mentre lancia uno sguardo ai piedi del cliente: "E’ proprio sicuro di averne bisogno?"


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12 gennaio 2009

Tempo di saldi

Dovrei usare più spesso i mezzi pubblici, non solo per risparmiarmi ansie da traffico impazzito e parcheggi introvabili, ma perché è proprio sull’autobus che spesso mi capita di assistere a scenette gustose che riescono a farmi ritrovare il buonumore anche quando sono in ansia per il ritardo e la fretta.
Questa sera l’autobus che da piazza S. Marco mi accompagna fin sotto la porta di casa era quasi vuoto. Pochissime le persone in piedi, tra le quali io e, immediatamente accanto a me, due signore sulla sessantina. Seduta di fronte a noi una giovane che leggeva un libro.
Le donne accanto a me parlavano tra di loro a voce inutilmente alta, visto il silenzio generale, e il tema del loro chiacchiericcio ha subito attirato la mia attenzione perché sembrava inventato per farsi notare:
"Ti ricordi quella bella borsa che vedemmo insieme l’altro ieri in centro? Alla fine l’ho comprata: è tra questi pacchetti che mi ingombrano le mani. Mi hanno anche fatto un bello sconto: costava 600 euro e l’ho avuta per 450"
"Ah sì? Sai cosa mi sono comprata io? Alla fine non ho resistito! Quel tailleur color carta da zucchero da 1.200 euro di cui ti avevo parlato. Non potevo farne a meno!"
"Hai fatto proprio bene, sono certa che ti sta benissimo. Ti stavo dicendo, prima che mi interrompessi... insieme alla borsa ho comprato anche queste scarpe che ho indossato subito. Proprio un buon affare: non costano niente, solo 300 euro! Peccato che mi facciano un po’ male"

"Tranquilla, quando le avrai portate due o tre volte ci starai comodissima! Sono belle e non potevi certo farti sfuggire un’occasione così!"
Senza farmi troppo accorgere ho osservato attentamente le due donne che mi stavano accanto: erano davvero vestite in modo elegante e con accessori di buon gusto, sicuramente molto costosi. Anche la giovane seduta davanti a me forse si era distratta dalla lettura per ascoltare, perché il suo libro è rimasto aperto sulla stessa pagina per tutto il tempo. E intanto le signore continuavano imperterrite ad elencare i loro "convenientissimi" acquisti, decantando le gioie del risparmio.
Ad un certo punto la signora dalle scarpe nuove, dopo aver ripetutamente spostato il peso del corpo (un po’ abbondante per dire il vero) da un piede all’altro, si è nuovamente lamentata:
"Questo pomeriggio di shopping mi ha sfiancata. Adesso sono davvero stanca e mi fanno male i piedi. Sarebbe un gesto molto carino se qualcuno si alzasse per cedermi il posto"
La ragazza che fingeva di leggere ha alzato gli occhi, l’ha guardata, poi le ha guardato le scarpe, le ha sorriso e con voce candida:
"Signora, perché non ha comprato un paio di scarpe come quelle che indosso io? Sono carine, meno costose, ma soprattutto sono molto comode, le assicuro... ed io, di scarpe, me ne intendo, visto che sto in piedi tutto il giorno. E con i soldi risparmiati, avrebbe potuto permettersi di prendere il taxi per tutti i suoi pomeriggi di shopping!"
Confesso che mi sono divertita parecchio.


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16 ottobre 2008

Realmente accaduto

 

In fila alla cassa del supermercato. Ora di punta. Coda lunghissima.
L’attempato signore davanti a me ha un piccolo cestino con due gingilli per cui, quando tocca a lui, tiro un sospiro di sollievo: l’attesa è quasi finita anche per me.
Errore.
L’attempato e austero signore davanti a me ha, sì, due gingilli per un totale di dieci euro o poco più, ma paga con il bancomat (odio coloro che pagano con la carta acquisti di valore irrisorio) e qui iniziano i problemi.
La signorina alla cassa, un po’ lenta e titubante, probabilmente ai suoi primi giorni di lavoro, prende la carta e la "passa" nella fessura del terminale pos.
Niente. Riprova. Ancora niente. Riprova un’ennesima volta: senza esito.
Allora si rivolge all’attempato, austero ed impaziente signore, che la sta guardando con la stessa diffidenza con cui si guarderebbe un serpente a sonagli, per chiedergli se - per caso - può pagare in contanti o con un’altra carta.
Nonostante la fretta ed la preoccupazione per le bocche che dovrò smafare qualora - prima o poi - ce la facessi a tornare a casa, osservo la scena con curiosità e credo di capire dove sta l’errore: si tratta di un bancomat del nuovo tipo, cioè con il chip e non con la banda magnetica.
Sto per spiegarlo alla giovane cassiera che ormai è quasi nel panico, ma l’attempato, austero, impaziente, diffidente e pur tuttavia smaliziato signore che mi precede è più veloce di me nel cercare le parole adatte e, papale papale, le risponde: "No, io ho solo questo. E se lei fa così, cara la mia signorina, non riuscirà mai a farlo funzionare: non lo deve strisciare, lo deve mettere dentro...".
Chissà se io sarei riuscita a spiegarglielo senza farla arrossire.


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6 ottobre 2008

Ancora Nutella



Ieri. Un pigro pomeriggio festivo da trascorrere in casa.
Gli amici che avrebbero dovuto tenerci compagnia stanno smaltendo con la borsa dell’acqua calda ai piedi e quella del ghiaccio in testa, il febbrone regalato da un’influenza più precoce del vaccino (inutile?).
Il maritino è preso da una petulante, noiosissima, scollacciata e scalza Simona Ventura versione "pel di carota", ed io cosa potrei fare di più divertente che pasticciare in cucina sfornando dolcetti e biscottini suggeriti dalla golosità e dalla fantasia?
Per prima cosa controllo la presenza degli ingredienti necessari: meglio evitare lunghe corse domenicali verso l’Ipercoop di turno alla ricerca dell'elemento mancante, mentre l’impasto abbandonato in cucina inizia a inacidire.
Oggi l’elemento indispensabile è la Nutella per cui controllo che il barattolo formato extra-large acquistato la scorsa settimana contenga ancora qualche centimetrino di delizia. Rimango vagamente stupita nel constatare che non è stato intercettato dal ladruncolo che frequenta la mia casa e che è ancora "intatto". La pellicola dorata è saldamente incollata al bordo e quindi posso procedere alla preparazione delle "pesche" che avranno il cuore pieno di libidinosa crema alla nocciola. Potrei farcirle con la crema pasticcera o con la chantilly, ma niente è come la Nutella quando ho bisogno di dolcezza.
Sforno i dolcetti, aspetto che si raffreddino quanto basta, li immergo nell’alchermes, svito il coperchio del barattolo e sollevo la scricchiolante carta dorata di protezione. Sorpresa sorpresa: la Nutella è sparita. Un leggero velo avvolge le pareti affinché dall’esterno non si noti il desolante vuoto che è all’interno, ma questo non toglie che il barattolo sia "desolatamente vuoto". A pensarci adesso mi pareva leggero...
Io non sono stata ed è inutile sottoporre al terzo grado il resto della famiglia. Il maritino è goloso ma non si abbassa a rubare la Nutella nottetempo, almeno spero. La gatta non ce la vedo ad aprire con le zampette gli sportelli alti della cucina. Non resta che S. (il piccolino), al momento latitante. Buon per lui che la mamma ha il cuore tenero e l'alzheimer galoppante: perdona sempre e dimentica in fretta.
I dolcetti hanno avuto uno scialbissimo ripieno di crema al cioccolato fatta col cacao in polvere. Niente a che vedere, ti passa anche la fantasia....


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24 novembre 2006

Meglio un panino

Sono rimasta sconcertata e delusa per non aver trovato in nessuna edicola fiorentina il tanto atteso Dvd di Deaglio sugli ipotetici brogli elettorali alle politiche dello scorso aprile. Per fortuna la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta che dovrebbe fare chiarezza. Personalmente spero che venga tutto smentito perché, in caso contrario, ci sarebbe davvero da vergognarsi di essere italiani.
In attesa di vedere questo benedetto film e poter dire le mie impressioni, parlerò d’altro e più precisamente di quello che m’è successo oggi in ufficio.
Mi piace darmi da fare e qualche volta esagero! Anche oggi, per dimostrare che oltre che un’esperta fiscalista sono anche una cuoca qualificata, mi sono offerta volontaria per preparare un piccolo pranzo in ufficio per tutti i colleghi. Di solito ci portiamo da casa il "panierino" come i bambini dell’asilo, ma a volte ci mettiamo d’accordo per un pranzetto da preparare al momento, semplice e veloce, ma caldo e appetitoso.
Abbiamo solo un’ora di tempo come pausa per cui la velocità è l’ingrediente principale. Il ragù l’avevo preparato a casa, l’acqua per la pasta l’ho presa già calda dal rubinetto, il tempo di cottura delle tagliatelle, tassativamente al dente, è brevissimo per cui, prima ancora di aver terminato la fila al bagno, era già tutto pronto. Un velocissimo secondo di carne cotta al tegame e insalata e, per finire, il pane con il mio olio nuovo. Ci sarebbe piaciuto fare le bruschette, ma vista la storica povertà della nostra piccola cucina priva sia di forno, che di tostapane, che di quant’altro potrebbe servire all’abbrustolimento, ci siamo accontentati.
Visto che ormai m’ero offerta volontaria, mi sono "sacrificata" fino in fondo ed ho tentato, con discreto successo, di cuocere la carne in padella evitando di farla diventare dura come una soletta ed evitando anche, nei limiti del possibile, di schizzarmi i miei pantaloni chiari per non terminare la giornata lavorativa presentandomi ai clienti come la "frittellaia" del San Donato.
Tutto è andato per il verso giusto finché, affettando il pane con un coltellaccio che più che tagliare sembrava che volesse cucire, mi sono quasi amputata (mi piace esagerare!!!) un dito: l’indice della sinistra, per la precisione. In realtà non era niente di grave però, per evitare spargimenti di sangue non infetto da Aids ma ugualmente sgradevole da lasciare in giro, avevo bisogno di un cerotto. Ho chiesto le chiavi dell’armadietto dei medicinali, gelosamente custodite dal "preposto all’osservanza della L. 626 - sicurezza sul lavoro" ed ho scoperto che contiene cinque o sei confezioni di fasce triangolari (qualcuno mi spieghi a cosa servono quelle triangolari), altrettante bende oculari, due o tre lacci emostatici, disinfettanti probabilmente scaduti da cinque anni, ma nemmeno l'ombra di un cerotto. Ad una seconda ispezione completa ho trovato un minuscolo rotolo di garza non sterile e con quella mi sono arrangiata a fasciarmi il dito, chiudendo il tutto con un fiocco ottenuto dall’aver tagliato in due la parte finale giusto per poterla annodare... non so se rendo l’idea: praticamente un’immagine da fumetto per bambini piccoli.
Col dito che sembrava un salame, mi sono messa finalmente a tavola anch’io sotto lo sguardo incuriosito del piccolo, strepitante, maleducato e mordace "schitzu" della figlia del capo. Io amo tutti gli animali, in particolar modo i gatti e i cani, ma quella bestiola merita qualche epiteto malefico perché non ci dà pace: durante le ore di lavoro svuota i cestini e ci si nasconde dentro oppure ci fa inciampare sul suo piccolo corpo acciambellato dappertutto (sembra avere il dono dell’ubiquità). Quando siamo a tavola si mette a rasparci inesorabilmente le gambe per dividere con noi tutto quello che mangiamo, dalla pasta alla frutta (qualche volta gli abbiamo fatto assaggiare il caffè e, assurdo ma vero, gli piace anche quello) e, se non stiamo attenti, riesce ad intrufolare il suo musetto storto nei nostri "panierini" facendo man bassa dei rispettivi contenuti.
Dunque... me ne stavo seduta col dorso della mano appoggiato sul bordo del tavolo e il ditone all’insù per attenuare le dolorose pulsazioni, quando l’orrenda bestiaccia mi si è avventata contro a bocca aperta mirando esattamente al dito forse scambiandolo davvero con un salsicciotto. Ha fatto un salto altissimo, come riuscirebbe solo ad un gatto, ma sono stata più veloce di lui: mi sono alzata di scatto e tutto quello che ha potuto fare è stato sfilarmi il rotolone di garza lasciandomi col dito nudo e sbrindellato che ha ricominciato a sanguinare proprio sui pantaloni inutilmente salvati dall’olio di frittura. Non sapevo se ridere o urlare ma, come quasi sempre, il lato comico della situazione ha preso il sopravvento sull’irritazione: la visione di quella povera bestia che, dopo essere ricaduta in terra come un sacco di patate, si è messo a correre felice per tutto lo studio trascinandosi dietro due metri di garza insanguinata ormai del tutto srotolata, ha suscitato la mia più incontrollabile ilarità contagiando anche i colleghi.
La padroncina (del cane) non sapeva se rimproverare il cannibale oppure offendersi per le mie risate. Per la prima volta in vita sua, è rimasta zitta tra l’ilarità generale.
La prossima volta che a qualcuno viene in mente di farmi cucinare senza adeguata attrezzatura, mi defilo e vado a mangiarmi un bel panino al bar.





permalink | inviato da il 24/11/2006 alle 18:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (39) | Versione per la stampa

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